venerdì 5 febbraio 2010

11 - Frammenti di diario

"Domenica 5 luglio 2009

Ore 11.09 – a casa
Sono un difetto vivente.
In questi giorni, s’instaura in me, la sempre più convinta decisione di farla finita. E sento che non è come le altre volte che fondamentalmente giocavo con i farmaci e l’alcool.
Ora è certo. 
Sono seria, e seriamente faccio tutte quelle azioni che mi porteranno ad un gesto secco, spero mortale.
Non ha proprio senso continuare a provare, proprio no. E’ inutile che mi si dica che ci possono essere delle soluzioni, non ce ne sono e sono stanca di essere presa in giro dagli altri e da me stessa.
Non posso e non potrò mai studiare per diventare quello che avrei voluto. Mai più.
A. non ce la fa più, è evidente, e non sa cosa deve fare. Non gli serve un problema come me, non se lo merita. 
Il Dottore non ha solo me come paziente, mentre io vorrei che stesse sempre al mio fianco, per aiutarmi, come un genitore aiuta il proprio figlio a camminare, leggere e a fare un sacco di altre cose prima che arrivi a farle da solo. Forse lui l’ha capito, ma forse, non potrà mai farlo. Non so se e quando lo rivedrò, non mi ha dato un appuntamento. Se lo rivedrò mi dirà di nuovo che dovrei andare da uno psicologo ed io gli risponderò di nuovo che non riuscirei a parlarci. La mia è una situazione che non si sblocca e sono stanca di fare ciò che non voglio fare. Io voglio che mi aiuti lui, solo lui, e solo con lui vorrei parlare.
Non mi uccido per questo, mi uccido perché Veronica lo vuole da tempo e perché ora, proprio lei, sta venendo fuori sempre di più. E’ stata repressa negli anni in quella maledetta casa con quell’egoista.
Ma ora basta, sul serio e per sempre.
Forse mi ritroverò di nuovo in reparto perché, come al solito, avrò giocato, ma spero di no. Non lascerò nulla di intentato. Tanto alcool e tanto valium…e forse altri farmaci presi a caso, da soli, non nocivi.
Nessuno crede mai a quello che dice Veronica, è sempre stato così; del resto non si è mai potuta imporre per farsi valere ed ha sempre accumulato rabbia dentro di sé.
Non mi ucciderò neanche per questo: potrei far sfociare questa rabbia in una qualche attività, anche se sento che non sarebbe sufficiente: quando la rabbia va oltre una certa soglia, non può essere comunicata che con la violenza.
Ucciderei N., ma cosa otterrei poi? Il carcere? Non ci penso proprio. No, meglio che mi tolga di mezzo io.
Mi uccido per stanchezza, perché non vedo un futuro…perché forse il mio destino è proprio questo, quello di suicidarmi, visto che un vero e proprio futuro non l’ho mai visto e non mi è stato mai concesso di vederlo.
Mi uccido forse senza un reale perché. Semplicemente non dovevo esistere.
Mi dispiace per A.,…spero con tutto il cuore che abbia la forza di andare avanti, (...) di trovare una persona che gli regali un futuro vero fino a fine vita. Spero che continuerà ad ascoltare la musica, a fare le foto, ad andare in moto…spero che la mia assenza non gli crei un vuoto incolmabile…spero che quel vuoto possa essere riempito in breve tempo o dimenticato. Non voglio che soffra. La sofferenza che sentirà alla mia morte sarà limitata, e non continua come ora che gli vivo accanto, giorno dopo giorno, con mille problemi creati esclusivamente dalla mia mente malata.

Non sento ansia. 
Non m’importa più di nulla. Sto raggiungendo la pace interiore. Nulla mi tocca più. Mi guardo intorno come per l’ultima volta. Se prima mi sembrava tutto irreale, ora lo è per davvero. Sento già il distacco. Lo squallore della mia vita personale (al di là di A.) non mi rattrista più. E’ finita…sta per finire tutto.
Non so quali siano i miei problemi mentali. Prendo certi psicofarmaci, ma in realtà non so che cosa ho. Dovrebbe interessarmi, lo chiedo, ma non ho una risposta vera.
Se mi ritroverò, per mio errore, di nuovo in reparto, che non si pensi che il mio sia un tentato suicidio per richiesta d’aiuto. Non è così. Le richieste d’aiuto le faccio continuamente quando chiamo il Dottore, gli specializzandi o gli infermieri. Probabilmente non vengo presa seriamente, probabilmente non mi si crede capace di nuovo di certe azioni, probabilmente non mi si può aiutare perché, come al solito, vorrei una cosa che non esiste.

Volevo aspettare il nove settembre per una bella coincidenza di nove, ma per un gesto simile non posso aspettare due mesi, come a rimandare, ancora una volta, una delle mie volontà.
Questi giorni ci penso, accumulo scatole di psicofarmaci e intanto leggo e studio (è importante per me morire non del tutto ignorante…). Uno di questi giorni mi lascerò cadere nel sonno profondo (tanto per non modificare le statistiche di suicidio, visto che le donne di solito si suicidano con metodi “soft”, anche se in realtà, io, non sarei una vera e propria donna…), già lo so, è un dato di fatto (...).
Immagino: tornerò a casa dal lavoro in uno stato di merda, come al solito e…non lo so, sinceramente, quale sarà l’occasione…non lo so se avverrà di mattina, di pomeriggio o di sera, poco prima di cena (è importante che sia a stomaco vuoto) o se un giorno non andrò al lavoro e basta. Di certo la disperazione farà la parte sua.
Non lo so nemmeno se farò il gesto con A. in casa, e non so nemmeno se, in questa circostanza, poi, andrò diretta da lui, forse impaurita da quanto appena fatto (potrebbe accadere) per poi sfrecciare verso il pronto soccorso (questa volta, senza aspettare il turno). La paura sopraggiungerà veramente, forse, proprio perché mi ritenevo incapace di un gesto simile (e non come l’ultima volta che mi son bevuta una boccetta intera di bromazepam con la certezza che sarei solo collassata per il sonno). Spero che il troppo valium (non so ora quante capsule ingerirò) mi faccia dormire senza dolori…non accetterei mai di soffrire pure per morire!
Mi dovrei preparare la borsa con qualche vestito e libro nel caso dovessi tornare in reparto? Una faccenda in meno per A.,...ma…perché sto parlando così??? Ci sto ripensando? Sento già la paura come se avessi ingerito tutto? No, sto solo blaterando e scrivendo, ora, un mucchio di cavolate…
Smetto.


"Dark Messages" AIR (The Virgin Suicides) - 2000





"Stesso giorno, ore 16.37 
Sono avvilita…vorrei prendere i “miei farmaci” ma so che non sarebbero sufficienti quaranta capsule di valium: troppo poche.
Vorrei scomparire nell’aria, senza fare danni emotivi a chi mi ama, ad A.…vorrei spegnermi ora…la Voce mi sussurra di farlo, i miei amici mi stanno a guardare dalla “vetrina” come se mi aspettassero…vorrei chiudere gli occhi e sapere che non li riaprirò più, come spero ogni sera, più o meno intensamente.
Mi sento profondamente inutile, anche se A. mi dice di volermi bene e tutto il resto. Cosa voglio? Perché ciò che mi dice non è sufficiente per rimanere in questo mondo ed aumentare la forza per lottare per crearmi un microspazio per vivere? …non lo so.

Sono troppi gli anni in cui vorrei essere morta.
Sono troppi gli anni in cui speravo in un cambiamento positivo nella mia vita, tanto da non farmi più pensare alla morte come Amica.
Sono troppi gli anni che ho vissuto in quella casa come un fantasma, priva di considerazione, priva di futuro…

Pensare che domani andrò al lavoro tutto il giorno non mi mette affatto gioia, non per il semplice fatto che è il lavoro, ma perché è un giorno come un altro, privo di entusiasmo, privo di scopo, privo di vita, privo di essenza…so che controllerò su internet qualcosa come “coma farmacologico” o “overdose da valium” e cavolate del genere, come a trovare…la soluzione…la risposta…il giusto metodo… la giusta dose…la certezza di morire.
(...) passerò in farmacia per comprare le altre due scatole possibili di valium acquistabili con una ricetta. Ottanta capsule mi saranno sufficienti? O come al solito crederò che lo siano? Devo andarci giù pesante questa volta. Niente giochi, niente tranelli alla mia mente malata che sa veramente che cosa vuole, questa volta. Occorrerà un’altra ricetta? Di certo non potrò tornare dal medico per farmene fare un’altra, visto che ci sono già stata venerdì…forse non me la farebbe. Ho un po’ di aspirine, qualche tachipirina, e altri stupidi farmaci di cui non so bene il nome, che prendeva A. qualche tempo fa: dovrei andare a vedere. Tutto fa brodo no?
Mi viene da piangere, anzi, sto già piangendo…A. è di sotto a fare non so cosa…mi dispiace da matti “tramare” alle sue spalle…ho bisogno di parlare, di queste cose, non certo con lui, per questo scrivo.
C’è un qualcosa che mi trattiene dal non andare in camera e prendere quelle due scatole…”devi avere pazienza di  aspettare che siano di più” mi dice la Voce…mentre i miei amici mi aspettano come si aspetta l’autobus o il treno che ritarda.
Mark mi guarda…non sa che dire…mi conosce, sa quali siano i miei pensieri, il perché voglio fare quello che voglio fare…quasi capisce. Sento il suo abbraccio, continuo a piangere perché vorrei fosse vero…forse morendo riuscirò a sentirlo meglio…
Hans non lo vorrebbe, ma anche lui sa che è un gesto estremo, al quale varie volte ho pensato…
A quattordici anni pregavo il Signore che mi desse la forza di infilzarmi quel coltello nello stomaco…piangevo tanto mentre i miei genitori allegramente se ne andavano al mare (anzi, N. mi guardava male perché non andavo con loro, solo perché non andavo con loro…), durante le mie vacanze estive, ignorando completamente i miei disagi, il mio non voler uscire di casa, la mia voglia di morire.
Forse dovrei scendere giù, andare da A., abbracciarlo, stare con lui anche se piango…non importa, non mi chiederà spiegazioni; forse lui sa…ma la sua mente non l’accetta…"

"Sense of Doubt" David Bowie (Christiane F.)

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