mercoledì 3 febbraio 2010

- Aeroplani di carta -

“Giovedì 2 luglio 2009

Ore 11.45 – a casa

E-mail mai inviata – oggetto: aeroplani di carta

Mi manca il Dottore, l’unica persona che mi fa credere che ci possa essere un barlume di vita normale, perché A., spesso, è troppo solo per essere positivo per tutti e due.
Vorrei poter parlare con il Dottore, comunicargli ogni cosa mi passa per la testa per farmi aiutare. E allora scrivo, scrivo e scrivo, immaginando che tutto questo (e tanto altro) possa essere letto da lui.
L’immaginazione, ancora una volta, mi salva. E’ sempre e solo un gioco, questo, come tutto quello che ho fatto mentalmente sin da piccolina per evitare una vita che, già allora, avevo capito, faceva schifo.

E’ tutto finto, tranne quando entro lì dentro, dove, come sempre, il mio cuore si riempie di gioia.
Entrare in ospedale e vedere il Dottore è il momento apice di una giornata che altrimenti sarebbe priva di senso.
E ancora non capisco perché tanto attaccamento a lui: entro dentro la sua stanza e mi cullo, sento l’odore, lo distinguo, sto già bene, tutto sparisce, sono felice di essere pazza, se non lo fossi, non starei lì dentro.
Per questo ho paura di perderlo, non di stare bene, ma di perderlo.

(…)

Ci penso continuamente, costantemente, ogni momento della giornata da sveglia…a volte più intensamente, altre meno, ma è sempre presente: ucciditi, togliti di mezzo, falla finita, compi il gesto finale, liberati, il dopo non è più tuo pensiero (la Voce quasi diventa benigna).
Già, il dopo…quando questo pensiero si fa insistente, il dopo non esiste più, una cosa in meno cui badare.
Non importa se mi trovano riversa a terra, in chissà quale stanza, in chissà quale posizione, in mezzo al mio stesso vomito causato dal troppo alcool mescolato agli psicofarmaci e non (per star sicuri)…non importa se in questa situazione il sangue uscito dal taglio al braccio ha sporcato tutto…non importa perché poi io non esisto più.
Puro egoismo, ma non importa.
Sento dire nei forum che chi si suicida è un egoista…forse lo è, ma so cosa significa tirare avanti dalla nascita una…una…come la si può definire una cosa che non è vita? Mi manca l’alternativa, la parola che potrebbe sostituirla. Forse non la conosco perché son già morta e non lo so…bha…parole inutili.

Non sono triste, non sono depressa, non sono in ansia. Mi sento molto inutile.

E’ bello la sera cadere nel sonno indotto dagli psicofarmaci, è bello sapere che mi stanno rapendo dalla vita piano piano, senza che me ne renda conto; non so quanto tempo impiegano ad agire, o forse si, oramai me ne son fatta una cultura, ma il tempo è un fattore che non riesco a quantificare, da sempre. Son felice di questo perché qualcuno sta agendo contro lo spirito di autoconservazione, al posto mio.

Ecco perché sto pensando seriamente, questa volta, di chiudere questa mia schifo di storia (a trent’anni esatti dalla nascita 1979-2009), con l’aiuto di tutti i mezzi che ho a disposizione, perché rimarrò sempre una codarda. Ho bisogno che qualcuno agisca al posto mio o mi riduca in una condizione tale da non capire e sentire cosa io stia facendo. E allora subentrano l’alcool e gli psicofarmaci: entrano dentro di me in un sol colpo, come qualsiasi cibo ingerito velocemente durante un’orgia alimentare. E poi so che da lì a poco crollo…spero per sempre…e di non svegliarmi di nuovo, per la quarta volta nel reparto (che conosco ormai come casa mia).

Odio la gente, tutto si muove velocemente, il Sistema mi evita come se avessi commesso, ancora una volta, chissà quale delitto. Mi chiudo in casa oppure sfreccio verso il campo d’atletica deserto immergendomi in una corsa che tutto è meno che fisica: la mente può lavorare freneticamente senza danni ed io, ancora una volta, sono salva, non so grazie a chi, a Dio no di certo, visto che negli anni l’ho snobbato di brutto. O forse è proprio lui che mi tiene in vita quasi come un dispetto.”


"Clouds up" AIR (The Virgin Suicides) - 2000



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