lunedì 1 febbraio 2010

9 - Frammenti di diario

“Sabato 27 giugno 2009

Ore 15 e poco più
 Il suicidio. Sempre pensato, sempre desiderato, sempre voluto come forma di eutanasia nei confronti di una vita non desiderata e marcia sin dalla nascita.
Ci pensavo da piccola, non ricordo l’età, durante i pomeriggi estivi di sonno forzato; eh già perché, sempre lei, N., riteneva che andare a dormire dopo pranzo fin verso le 16 – 16.30 fosse sano, al di là dal fatto che si avesse sonno o meno. Quando iniziai a leggere l’orologio, capì a che ora potevo tirarmi su dal letto e andare a giocare: avevo trovato come fregarla quando non avevo sonno.
Osservavo la mia stanza nella penombra del primo pomeriggio: la finestra aperta, l’armadio di fronte al letto, il comò, le tende…ogni singolo oggetto serviva a qualcosa…tutto, tranne me. Ero allora invasa da un senso di inutilità che mi faceva aprire dentro un vortice, come se l’addome fosse vuoto, privo di organi.
Pensavo allora di uscire dal corpo e dalla mente per cercare di provare ad essere un’altra persona, così, per vedere se provavo poi gli stessi effetti; ma non una persona esistente: un’altra, completamente nuova. Come fosse un gioco.  Cioè, all’inizio mi concentravo solo nel cercare di entrare nel corpo di un altro essere vivente per pensare con il suo cervello e vedere che effetto faceva. Ovviamente senza riuscirvi.
Che sia nato allora, durante quegli inutili pomeriggi, il mio Mondo Parallelo? Eppure riflettendoci, davvero non ricordo quanti anni avevo; mia sorella non c’era e di certo ne avevo meno di sei.
Però non può nemmeno essere che si sia creato tutto solo perché dovevo far finta di dormire un paio d’ore.
Che la mia mente vivesse già in un’altra dimensione? Avere tempo per pensare è importante, ed io, allora, ne avevo un sacco.
Ad ogni modo, credere di essere un'altra persona in un altro mondo, mi alleviava la grande sofferenza che percepivo, allora come oggi, nell’aria. Era solo un gioco, un gioco che non ho mai smesso di fare.
Ero un’asiatica. Stavo le ore davanti allo specchio per modificarmi la forma degli occhi: dovevano essere a mandorla, e tenevo la pelle e la coda degli occhi con le dita fin tanto che non veniva la forma che dicevo io, per poi rimanere così, immobile per un po’, fino a che sarebbero rimasti da soli in quella posizione (già, difficile da immaginare ma anche da spiegare).
Poco più tardi, i miei occhi, visto che non stavano nella posizione in cui volevo io, dovevano solo essere celesti. Pensavo fosse più semplice cambiare colore che forma: dovevo solamente fissare il Cielo o il mare quando c’era un gradiente di celeste che mi piaceva. Direi oggi, assurdo, eppure quella volta ne ero veramente convinta.
Quanto ai capelli, beh, dovevano a questo punto essere biondi, non gialli, ma di un biondo nordico. Già questo paese iniziava a non piacermi affatto: io volevo essere nata lassù, in mezzo ai ghiacci, in mezzo alle nuvole grigie, dove il sole cerca appena di fare capolino, dove le case hanno un’estetica diversa, dove il caldo non è mai troppo caldo.
Ricordo che aprivo l’atlante come uno apre il dizionario per cercare una parola: io cercavo il mio Stato.
E lo trovai! Era la Germania. La trovavo affascinante…..
Manco a dirlo che il tutto frullava dentro il mio avariato cervello senza che io ne parlassi con qualcuno.
N. riteneva di avere con me molto dialogo, eppure io non l’ho mai pensata come lei. Era lei a parlare, non io.
Negli anni mi sono costruita un alter ego, che solo io sapevo, che aveva come nome Mark (il nome lo presi dal mitico personaggio del mitico cartone animato giapponese di calcio Holly & Benji); in seguito alla caduta del muro di Berlino, assunsi la nazionalità tedesca e da qui iniziò, con mio grande piacere, il viaggio…(…)”

Holly e Benji - sigla

 

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